Un ladro a Guardasone

Dal 28 aprile al 23 maggio 1527, in un mese, a Guardasone, nei pressi di Traversetolo, si consumò l’istruttoria con la condanna finale alla morte per impiccagione di un vagabondo che viveva di espedienti, rubando quello che trovava ai contadini dei paesi della zona. In questo resoconto, in effetti un verbale redatto da Pellegrino Fani, notaio e luogotenente di Guardasone, feudo dei Borromeo, si percorre il processo e le vicende che hanno portato Ludovico di Thondino de Maxetis de Ripalta al triste epilogo. Un processo indiziario, si potrebbe dire, verso uno sbandato che era inviso alla comunità. I fatti sono affermati più che dimostrati e la confessione del reo è minimale, completandosi con un elenco ragioneristico di beni sottratti solo dopo un passaggio nella sala torture del castello. In base alla confessione spontanea sarà appeso.

Il manoscritto originale, in latino, è conservato presso l’Archivio di Stato di Parma, nel fondo Notarile, serie Inserti e miscellanea, atti del notaio Pellegrino Fani, filza 502.  Traduzione e adattamento: Maurizio Pacchiani.

Anno 1527, il giorno 28 di aprile.

È comparso dinanzi a me, Pelegrino de Fanno, cittadino e notaio di Parma, castellano della rocca, luogotenente della curia e pertinenze di Guardasone per conto dell’illustre ed eccellentissimo signore e conte Borromeo, conte e signore di Guardasone, un certo Thognius Querzanus, del fu Battista, abitante nel territorio di Guardasone, quale querelante, dicendo e spiegando che quest’anno – all’epoca in cui i Teutonici e gli Spagnoli erano in marcia verso Reggio e avevano dato l’assalto al castello di Guardasone – il lunedì, verso sera, un tale Ludovico di Rivalta, di cui ignora il cognome e che è il marito di una certa Curola, abitante attualmente a Ceula, venne a casa sua con certa mercanzia che non ricorda e lui lo ospitò quella notte. Disse ancora che pure martedì, che era il 26 febbraio, ritornò ancora con la moglie e con la mercanzia, che consisteva in vari oggetti, tra cui:

una sacchetta di farina

due cestelli sempre di farina

uno sigurolo

due coltelli da tavola

una fodera da letto

e molte altre cose di cui non si ricorda specificamente. E disse che tale roba Ludovico la pose in un ripostiglio tra gli alberi di una certa Menina, vicino alla casa del querelante Thognino e dove lo stesso Thognino e un tale Moretus de Gavatio mettevano le loro cose, dato che avevano l’accordo reciproco di non entrare o uscire senza che vi fosse anche l’altro socio. E lì Thognus vide quel Ludovico uscire dalla baracca e subito si recò anche egli dentro a controllare i suoi beni e vide che mancava una mezzena di carne salata che secondo lui era del peso di circa due pondera e mezzo e che ritiene sia stata sottratta dal detto Ludovico, dato che lì intorno non aveva visto altri e la carne era in un canestro.  Thognino riferisce ancora che alla sera Ludovico gli disse: «faite qualche cossa da zena?» e Thognius gli rispose «io non o salle se n’avese ne farebe» e Ludovico gli rispose «non state per sale, ve ne darò ben mi, no trovato e no tolte una brenta piena» e lì giunse Zanino Del Pino che disse «che lo (hera) suo che lo (harebe) tollte tute».

E così Thognius interrogato sotto giuramento riferì e disse di non sapere altro, insistendo che si procedesse contro tale Ludovico, per avere restituita la sua carne o essere risarcito.

Lo stesso giorno è comparsa anche Agnesina, moglie di Iohannis Franciscii de Gasonis detto Pizigono, abitante di Ceula, della citata castellania di Guardasone, querelante, dicendo che il sabato precedente le era stata sottratta una pezza di tela dal telaio in casa sua e non sapeva chi incolpare se non Ludovico, marito di Curola, che aveva una brutta fama e chiede che le venga fatta giustizia.

1527, il giorno 29 di aprile

È comparso dinanzi a me, Pelegrino de Fanno, tale Angelus Schazonus, del fu Amadeo, abitante di Gumerolo, nella castellania di Guardasone, e facendo querela anch’egli, disse che al tempo già menzionato, per timore dei Tedeschi e degli Spagnoli, portò in un certo posto un attrezzo in pietra, un paiolo, una pentola stagnata e un salarolo pieno di sale e che udì dire che Ludovico di Rivalta, marito della Carola, deteneva questi oggetti e inoltre disse che quando quest’anno avevano alloggiato i soldati del nobile Giovannino de’ Medici a Traversetolo, furono rubate oltre sei misure di vino buono e lui dubita del citato Ludovico, onde chiede gli venga resa giustizia.

Interrogato sulle persone da cui avrebbe sentito che Ludovico avrebbe avuto quegli oggetti e beni, dice di non ricordarlo, ma dice che lo aveva sentito.

Lo stesso giorno è comparsa Agnesina, figlia del fu Bartolomeo de (Brignolis) e vedova di Thomasini de Beluchis, abitante a Ceule, querelante, che dice che la prima volta che passarono i Tedeschi in direzione di Milano, lei in compagnia di Orsolina sua figlia e di Giovanna de Beluchis stavano trasportando un carichum ossia uno sgonbium e nel tragitto vide Ludovico e la Curola sua moglie, circa alla distanza di una balestrata dal luogo dove lei stessa aveva messo i suoi averi e poco dopo ritornò indietro per andare a vedere in quel posto dove teneva le sue cose e per strada vide il detto Ludovico e gli disse «(vo io) le persone se fane befe de voi che stati qui con vostra mogliera» e quello rispose «che havite ascosse qualche cossa lasù?» e lei disse di sì e quello riprese «io ve o visto ancora (vui) portate qui questa roba e non me voglio ancora partire da qui» e lei ritornò a casa e più o meno all’ora del vespro andò di nuovo al luogo dove aveva messo le sue cose e non vide più Ludovico, ma scoprì che i suoi caricha ovvero sgonbia erano stati aperti e mancavano diversi paneselli. E lei sentì dire da (Baptista) di Luchino de Gabrielis che mentre egli tornava da Parma aveva incontrato sul percorso il citato Ludovico con la Curola sua moglie, il quale aveva con sè un paiolo e alcune sgonbias, e che poi sentì dai suoi vicini e tra gli altri da Agnesina moglie di Francesco Gasoni alias Pizigono, che aveva visto Ludovico con la predetta Curola che gli diceva «a ladronaze, se me meto te andaro acusare che tu (aie) robati li paneseli a quele de l’Andriola et ad altre persone». E interrogata se avesse udito che questo Ludovico avesse preso altri beni, rispose che aveva sentito che avrebbe preso una mezzena a Tognino de Guerzanis e che avesse una brutta fama. Chiede che le sia fatta giustizia come sopra.

Lo stesso giorno, Agnesina moglie di Gianfrancesco Gasoni già nominato e detto Pizigono, costituitasi presso di me e sotto giuramento disse che quest’anno, nei giorni scorsi, era a casa sua a rammendare una tela, quando giunse Rita de Rizardis che mentre si trovava lì le chiese «che rumore è quelo che (è la)» ed ella le rispose «o la quela mata de [la Curola][1] che core dreto al marito con le (p..ede) e dice che lo (sponelava) che ha robato li paneseli a quele de l’Andriola».

Iohannes Franciscus predictus de Gasonis dictus Pizigonus costituito anch’egli presso di me, e come sopra ammonito e sotto giuramento, disse che nei giorni passati, mentre era nel proprio cortile situato nell’abitato di Ceule, aveva sentito del rumore e uscito dal cortile aveva visto Curola che gridava verso Ludovico, suo marito, e diceva «a traditore, (io) le (vogliolie) andare acusare che tu aie robate li panise a quele de l’Andriola» e che tutto il paese l’aveva sentita etc.

Ed io, luogotenente etc., visti ed uditi i predetti testi e avuta informazione delle voci e della fama di questo Ludovico di Rivalta, ho decretato di procedere alla cattura dello stesso e ho fatto chiamare i miei dipendenti che si sono messi in cammino verso Ceulam e la casa di Curola, dove abita il detto Ludovico e quando furono lì, chiamarono Curola, chiedendo se il marito era in casa ed ella rispose «no, è andato a Rivata (che) suo patre è malato»; poco dopo però essi entrarono in casa e trovarono Ludovico nascosto nel solaio e di lì fu condotto nel castello di Guardasone.

1527, il giorno 2 di maggio

È comparso dinanzi a me, Pelegrino de Fanno, cittadino e notaio parmense e attualmente castellano, luogotenente e notario della castellania di Guardasone per conto dell’illustre ed eccellentissimo signore e conte Borromeo, conte e signore di Guardasone, nella sala da pranzo del castello di Guardasone, Ludovico di Thondino de Maxetis di Rivalta, e questi, prestato giuramento e interrogato se sapesse per quale motivo era stato arrestato, disse di non saperlo, se non forse che nei giorni precedenti era stato citato su istanza di Thognini de Querzanis ma non si era presentato.

Interrogato sul perché il citato Tognino lo avesse citato, disse che gli pareva che quello volesse della carne salata che lo stesso teneva in una certa baracca in un canestro, al tempo in cui gli Spagnoli dell’esercito imperiale erano di passaggio per andare a Reggio Emilia, assediando il castello di Guardasone.

Interrogato sul perché non si era presentato, disse che non si era fatto vivo in quanto non aveva il denaro necessario per pagare la carne in questione. Interrogato sulla quantità di tale carne, disse che poteva essere forse di 20 libbre.

Interrogato se avesse preso i pannicelli di Agnesina Andriola, disse che vide Agnesina Andriola di Ceula in compagnia di Orsolina sua figlia e della Giovanna de Beluchis che portava un carichum e che quando le donne furono tornate alle loro case andò in quel luogo dove erano quei carichos e da uno prese cinque pannicelli e una velletam di canapa che disse di avere impegnate al Monte di Parma per 20 soldi, e che prese dal contenitore di Giovanna de Beluchis un po’ di farina di meliche e che un altro giorno in quel periodo prese una parletam[2] di Angelo Schazoni che impegnò al Monte di Parma per 10 soldi e che inoltre sempre dallo stesso posto si appropriò di una misura di sale e che Zaninus del Pino vide il vino e disse «le me lasale stare» e ne prese un po’ che portò alla sera a casa di Thognini de Guerzanis e che bevvero e disse di non aver preso nient’altro.

Esortato a dire la verità sulle cose che aveva rubato, disse che non aveva sottratto né preso nient’altro se non quanto già detto.

Io, infrascritto luogotenente e notaio, non potendo altrimenti ottenere la verità da lui, ordinai che fosse portato nella sala torture e lo interrogai sui furti commessi nel territorio di Guardasone esortandolo a dire la verità, e lui disse di aver detto già la verità e dunque ordinai di legarlo e dopo che fu legato lo interrogai se intendesse dire la verità sul vino rubato, egli ripetè di non aver preso altro, e dunque ordinai che fosse sollevato e quando fu un po’ sollevato disse di metterlo giù che avrebbe detto la verità su tutto.

Io, luogotenente e notaio infrascritto, ordinai di deporlo e lui disse di aver portato via roba in diversi luoghi, varie volte e in tempi diversi, e in particolare:

Primo. Che in più volte andò alla casa di Angelo Schazoni sita nella castellania di Guardasone, nella contrada di Gumoroli e quest’anno mentre erano alloggiati a Traversetolo i soldati della compagnia del signore Iohannis de’ Medicis e sia di giorno che di notte con un’anfora portò via circa mensuras quatuor vini cisioli;[3]

item, nello stesso periodo si appropriò di notte in più volte e giorni dalla casa di Iohannis Marie de Beluchis di quattro misure di vino bianco mediante un’anfora;[4]

item, disse che in quel periodo in sei volte con un’anfora, di sera, portò via dalla casa di Baptiste Tiberi sei misure di vino Cisiolo;[5]

Interrogato su cosa ci facesse col vino, disse di aver portato quattro misure a Rivalta in casa di Thondino suo padre e il resto  di averlo bevuto in parte lui, in parte i predetti soldati della compagnia;

item, disse che mentre gli Spagnoli passavano prese in un certo luogo un labetem di pietra che però cadde in terra e si ruppe e un paiolo stagnato che impegnò al Monte di Parma per 16 soldi[6];

item disse di aver preso un sabato notte e il 27 aprile dalla casa di Lazzarino del Furno una certa quantità di tele di canapa di proprietà di Antonia di Gabriele del Musio di Ceula e quella a cui stava lavorando Agnesina, moglie del Pizigonii e che la domenica seguente diede questa tela ad Antonia sua parente, che quando la vide la andò a gettare attraverso una finestra della casa da cui lui l’aveva presa e sul telaio;

item disse che nel periodo in cui passarono gli Spagnoli si appropriò da un luogo che non saprebbe più identificare 5 o 6 matasse di filo di canapa che vendette a Parma per 4 soldi;

item disse che nel periodo predetto e in un altro posto lì vicino prese un fascio di canapa che portò a Parma e vendette a uno di felino per 34 soldi;

item disse che in un altro posto e un’altra volta prese da tre o 4 carnieri circa 15 formaggi di pecora e di vacca che mangiò;

item disse che in un altro posto e un’altra volta trovò un cesto da castagne sotto il quale vi erano 4 galline: ne prese due e le altre si diedero alla fuga. Le due galline le mangiò a Mulazzano in casa di Biagio de (P…is) suo parente;

item disse che in tale periodo e in diversi posti prese una spalla e un cosciotto di carne salata circa pondera duo e altre due pezze dello stesso peso, nonché una mezzena circa ponderis tria di carne salata, che disse di avere poi consumato;

item disse che si prese un’altra mezzena di carne salata ponderis circa tria che vendette a Langhirano a 6 quatris la libbra e che si trovavano nelle campagne tra la giurisdizione di Guardasone e di Turi;

item disse che nello stesso periodo e in un altro posto prese tre lenzuola di canapa, un camiciotto e due camicie che portò in parte a casa di suo padre e in parte a casa del predetto Biagio;

item disse che in altro luogo e nello stesso periodo si appropriò di una tovaglia da tavolo e di due tovaglioli e di una camicia da donna, che portò a casa del predetto Biagio, nella villa di Mulazzano;

item disse che in un altro luogo prese circa 5 libbre di canapa follata  che vendette nella città di Parma per 20 soldi;

item disse che in quel tempo rubò in un altro posto un unum labetem di rame della capienza di 6 o 7 scutolarum, che impegnò al Monte di Parma per 16 soldi;

item disse che in altro posto nello stesso periodo si prese un piumazzo del peso di […], un lenzuolo di canapa che impegnò al Monte di Parma per 18 soldi;

item in un altro posto di cui non si ricorda prese una zappa e una vanga che portò a Rivalta in casa di suo padre;

item una altra volta prese presso la casa del predetto Iohannis Marci in una siepe circa una minam di misture che portò al mulino di Guardasone dove servì per fare del pane che mangiò in casa di sua moglie;

item disse che una volta di cui non ricorda entrò nel cortile di sua moglie un’agnella del valore di 20 soldi che uccise insieme a Guglielmo (Ba..) per poi mangiarla e altre cose disse di non aver preso oltre a queste.

Interrogato se sapesse di chi fossero tali beni, rispose di non saperlo.

Interrogato sul perché avesse rubato quelle cose, rispose di averlo fatto perché non aveva di che mangiare e che vorrebbe restituire quei beni.

Interrogato su come intendesse restituire tali beni dato che li aveva consumati, rispose di avere a Rivalta due libbre di (…) che voleva vendere.

Interrogato su chi fosse suo complice nei furti citati, disse che non c’era nessuno e di avere agito da solo.

1527, il giorno 16 maggio

Presentatosi davanti al vicegerente infrascritto pro tribunale sedente al banco legale ecc. il già descritto Ludovico che spontaneamente e non coattivamente né spinto da timore o paura confessò di essersi appropriato di tutti i beni sopra descritti e di averli impiegati come sopra detto, salvo i beni che disse di aver impegnato al Monte di Parma. Presenti Iohanne Baptista de Calvis, figlio del fu domini Christofori, Marchino Furlono del fu Domenichino e Bartholameo de Cavalis figlio del fu Geminiano, tutti abitanti nella castellania di Guardasone, testi noti e a conoscenza dei fatti e delle persone, etc.

L’infrascritto e già citato notaio e vicegerente, preso atto di questa confessione, a termini di statuto pone un termine al predetto Ludovico per qualunque difesa, se la intendesse fare al fine di non essere punito, etc.

Il giorno 23 di maggio

Nel nome di Dio, amen etc.

Questa è la sentenza di condanna corporale emessa da me infrascritto vicegerente e notaio su consiglio del magnifico dottore in legge, cavaliere aurato signore Pietro Ruggeri, commissario di queste terre, etc.

Noi Pelegrinus de Fanno notaio e luogotenente predetto in seduta come tribunale al nostro solito banco legale etc.

Ludovico di Thondino di Rivalta, ladro e uomo di mala condizione e fama, contro cui da noi per il nostro ufficio è stato fatto un processo secondo il metodo inquisitorio etc.

Che sia condotto dal maestro di giustizia al luogo di giustizia, le mani legate dietro la schiena e sia sospeso per il collo in modo che la sua anima si separi dal corpo, affinché la sua pena sia di esempio agli altri etc.

Presente Ludovico predetto etc.

Io notaio e luogotenente come sopra, comando ai miei soldati che il detto…

[1] Il testo dice Andriola ma non è coerente col racconto.

[2] Pentola in rame per la polenta (da sito del dialetto reggiano della Gazzetta di Reggio, ottobre 2017).

[3] A margine sx: “libre 8, solidi -, denari -“.

[4] A margine sx: “mensure 4 vini, libre 8, solidi -, denari -“.

[5] A margine sx: “mensure 6 vini, libre 12, solidi -, denari -“.

[6] A margine sx: “libre 3, solidi -, denari -“.

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