Modi di dire

Quando una nonna raccontava una storia ai bambini questi chiedevano sempre che la storia continuasse e insistevano: “E poi…? E poi…?“   Finché la nonna, stanca di inventare, concludeva in gloria: E po’ l’è scapüsà in t’na bida    e la fola l’è bèle f’nida.

Anca custa l’è fatta….a’ dzéva cul c’l’ava masà su pàdar = anche questa è fatta, diceva quello che aveva ammazzato suo padre. Originalissimo punto di vista. Si dice abitualmente per esprimere la soddisfazione di aver fatto una buona parte di lavoro, di essersi tolti un grosso impegno. Corrisponde al parmigiano “E vón!”

Va là, va là p’r al pian, c’al mal al porta al san = va’ là, va’ là per il piano, che il malato porta il sano. Si usa per dire … “Ma vieni a lamentarti con me, che sto peggio di te?” Nessuno ha mai saputo spiegare da dove venisse. Poi ho trovato un libretto, a cura di una scolaresca della Val Baganza, con favole e filastrocche raccolte tra gli anziani dei paesi. Tra queste c’era una favola in cui un lupo e una volpe, compagni di ruberie, dopo aver preso una memorabile carica di legnate, si ritrovano  e litigano tra loro per stabilire chi dei due ne ha buscate di più e quindi ha diritto ad essere portato in groppa dall’altro. La storia finiva proprio con quelle esatte parole “ va là, va là p’r al pian, c’al mal al porta al san

Ah, Dio dài, che vita l’è mai… = ah, Dio, ma che vita è? Si diceva, magari con un sospiro, per sottolineare una situazione faticosa o comunque difficile da sopportare. Era sempre però prevalente l’aspetto ironico, scherzoso. Infatti si terminava con “…avegh a’ mrùz e a’ n’a vàdar mai!” (avere il moroso e non vederlo mai). Inutile dire che era un modo di dire usato solo dalle donne.

Santa Maria Materdèi, cav’t a’ scarp e matt’t i spèi = per Santa Maria, Madre di Dio….togliti le scarpe e mettiti gli zoccoli.

Cràssa ! Dio e San Zvanèn, fè gnir grand i pipén picén = Cresci! Dio e San Giovannino, fate diventar grandi i bambini piccini.  Questa formula si recitava ogni volta che un bambino piccolo starnutiva.

Cul dal bastunà… = queste frasi derivano probabilmente da storie di cui è rimasto solo il frammento. Si usa quando si vuol dire “Ma cosa mi stai raccontando?  Sono io quello che ha preso le bastonate. E proprio tu, che non c’eri , adesso lo vorresti raccontare a me, che sono il protagonista?“

Pütòst a moéura ‘na vaca a ‘m pòvar diaval = sottinteso: “piuttosto di morire tu…” (si vuol raffigurare, in questo caso, l’ingiustizia divina). L’ho sentita solo una volta, da una signora, stanca di accudire un parente quasi centenario che, tra il naturale caratteraccio e la vecchiaia, era diventato molto faticoso. Lei gli disse questa frase sul muso, durante un battibecco. E lui si mise a ridere, senza rancore. Era un uomo religioso, ma anche lui cominciava a sospettare che il Padreterno si fosse scordato di lui.

Anca custa l’è fatta….a’ dzéva cul c’l’ava masà su pàdar = anche questa è fatta, diceva quello che aveva ammazzato suo padre. Originalissimo punto di vista. Si dice abitualmente per esprimere la soddisfazione di aver fatto una buona parte di lavoro, di essersi tolti un grosso impegno. Corrisponde al parmigiano “E vón!”

Andar a la lòja = andare per forza d’inerzia, come inebetiti, essere in stato di confusione, di disorientamento

Andar par coidóra = andare a far la campagna di raccolta delle castagne o delle nocciole

Andar ai mónt = (anzi, si deve dire moont) nella stagione dei fieni, verso agosto, si faceva un solo taglio di tutta l’erba cresciuta sui prati del Caio. Tutto il paese partecipava. Si partiva al mattino e si tornava la sera, ma qualcuno degli uomini dormiva lassù.  Si lavorava a squadre, coi falciatori avanti, le donne e le ragazze dietro, a rivoltare, rastrellare, spazzare…  Con i falciatori convenuti dai paesi vicini, impegnati nei loro prati, si instauravano gare di stornelli e frasi a dispetto. Si portavano anche i bambini e gli anziani, perchè c’era comunque qualcosa da fare per tutti e per i più giovani era una grande occasione di stare insieme, di mangiare sui prati, di scherzare e divertirsiSi tornava la sera arrostiti dal sole e stanchissimi.  L’ultimo giorno si portava a casa il fieno, sui viò e sulle broselle.

Avegh la nòna = avere la malattia del sonno.

Catàr l’üss ad nuza = trovar l’uscio di noce. Incontrare una porta chiusa (e di legno duro!). Cioè un secco rifiuto. Si diceva anche a proposito di virtù femminile: adesso diremmo “andare in bianco”

Ciapàr l’azìi = l’azìi è traducibile con il termine “assillo”. L’assillo è una varietà di mosca che punge il bestiame. Le vacche, infastidite da qualche insetto oppure agitate da qualche motivo noto solo a loro, cominciavano a dar segni di allarme, ad alzare la coda… E infine partivano al galoppo e non c’era modo di fermarle. Spesso il fenomeno si estendeva a due o tre bestie, o magari anche a tutte, in maniera irrefrenabile. La parola panico deriva effettivamente da Pan, il dio pagano dei boschi, mezzo uomo e mezzo caprone, che spaventava le greggi e le faceva fuggire all’impazzata. Era sempre una grana per chi doveva riportarle a casa. A volte era invece una scusa, sempre buona, anche se frusta, per giustificare un ritardo.  Altre volte ancora era un dispetto da parte dei compagni. Infatti bastava fare con la bocca il ronzio di una vespa e, sicuramente, … al vach e ciapàvin l’azìi.

A d’ chi sit? = Di chi sei? Di quale famiglia sei. Era la prima domanda che un anziano ti faceva, appena capitavi in paese. Si doveva rispondere con il nome della madre o del padre e il soprannome della famiglia. “E son la fioéula  ad Vigión dai Tü”. Ma anche solo: “E son ad Miclén.”  Questa è una domanda universale; in Puglia si dice, con una connotazione di identità ancora più forte: “A ci ‘mpartieni?” A chi appartieni.

A m’è darni’ al cül = mi si è informicolato il sedere; succede quando si sta seduti nella stessa posizione per molto tempo

A n’ gh’avér né fioéu, né cagnoéu = non aver né figli né cagnolini. Si dice di chi non ha impegni familiari

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