B come… brosèlla

Balaràn’na = si chiamava così la somma di denaro che il padre o il nonno allungavano al giovanotto perché potesse pagare l’ingresso alla balera (à fastivàl). Generalmente le ragazze non pagavano

Balòtt = le patate si facevano fritte solo d’estate. Si mangiavano per lo più bollite, in insalata con prezzemolo e aglio. Bollito si dice cott a balòtt, sia che si tratti di patate, di castagne o di uova. Si dice cott a balòtt di tutto quello che doveva essere sbucciato dopo cotto

Banca = vicino al camino c’era sempre una cassapanca di legno detta la banca, semplice o con il sedile a ribalta.  La tuman’na* imbottita e coperta di “vimpelle” è venuta verso il ‘60

Panca (eredi Azelio Schianchi, Tre Rii di Beduzzo)

Bandìga = era una piccola somma che si dava ai bambini per consolarli della vendita del vitello. La  scena straziante dell’allontanamento del vitello dalla madre e la sua partenza sul camioncino del macellaio erano una piccola, profonda tragedia per i bambini della famiglia. I bambini hanno una innata capacità di immedesimarsi nei sentimenti altrui, e il vitello, in quei momenti, era un piccolo come loro

Basalìch = basilico

Basìla = vicino al secchiaio c’era la basìla, per lavarsi le mani. Era un catino di alluminio o di ferro smaltato, poggiato su un trespolo di ferro. Ogni volta che cadeva dalle mani maldestre di qualcuno, la latta si ammaccava e lo smalto si sbeccava.

Bastiulèn = insetti: quando non c’è un nome specifico o non si riesce a identificare l’insetto, tutti gli altri generalmente vengono liquidati così: a gh’è dal bastiulèn

A basturlén = padelletta chiusa per tostare l’orzo

Al béegh = le api

Al bégh = verme, bruco. Tutti i vermi si chiamano bégh, da quello della ciliegia al lombrico, senza distinzione. Solo i parassiti dei bambini e degli animali si chiamano i vermi. Si badi che qui vermi deriva non dall’italiano verme, bensì dell’antico “vermine”, e quindi si dice “al vermi” al singolare e “i vermi” al plurale, così come “termi” significa termine, confine, sia al singolare che al plurale ( se derivasse da “verme” si direbbe “verm”)

B’ghì = coi bégh*, cioè i vermi. Era considerato pregiatissimo il formaggio che avesse raggiunto questa particolare condizione, e quindi per definire una persona musona senza rimedio, si diceva: al ne ridda gnanca a dargh’ un formaj b’ghì!

Bèl’ra = la donnola (bèllera). Molto più piccola, ma molto più sanguinaria della faina. Si dice anche bèrla.

Benna = v. anche traggia*. Sulla base della treggia può essere sistemata, ad incastro, una grossa cesta rettangolare di verghe di castagno o di salice; la bânna, voce di origine gallica. La sua versatilità, come contenitore a sponde, consentiva vari usi, che andavano dal trasporto del letame al trasferimento di persone inferme, ma si poteva anche sfilare, capovolgere nel cortile e usare come gabbia per le chiocce. Variante della benna era il bennone (al b’non), una sorta di gabbia, fatta di semplici bastoni verticali, distanti un palmo tra loro, per trasportare le frasche e le foglie

Tipo di benna (modellini eseguiti da Pietro Raschi, Tre Rii di Beduzzo)

Bertùria = meconio.  La prima cacca dei neonati. Si usa dire che la virtù che manca a qualcuno (es. la pazienza, la voglia di lavorare, ecc.); se n’è andata con la berturia (zona di Stadirano – testimonianza di Elisabetta Guerci)

Bida = il letame delle vacche, in italiano, sui vocabolari, si chiama “bovina” o “buina” e questa parola, nel dialetto, si è trasformata in bida (v. imbidare*).

Birla = spagnolo, rullo. Andar sò ‘d birla

Bisón = è il cervone. Non è una generica“biscia grossa”. È un serpente non velenoso, ma di dimensioni rispettabili (anche due metri e mezzo), che sale spesso sugli alberi e sui tetti, per predare le uova dai nidi degli uccelli. Naturalmente un serpente di quelle dimensioni che si spenzola da un ramo o da una grondaia crea terrori e leggende spettacolari. Di solito, quando si è mobilitato mezzo paese, viene chiamato un cacciatore che gli spara a pallini, come fosse selvaggina, e mette così a tacere il vicinato: in realtà è un serpente assolutamente innocuo, anzi, utile come predatore di roditori. Il cervone, secondo una leggenda priva di fondamento, sarebbe ghiotto di latte e per questo non esiterebbe ad attaccarsi alle mammelle delle mucche.  Se aggredito, può sibilare abbastanza forte: infatti, per definire uno arrabbiatissimo, ma silenzioso si dice “al sùpia c’me un bisón”.

La bissa (pl. al biss) = è, di solito, la biscia d’acqua, la bella nàtrice dal collare, con le macchie auricolari giallo oro. Il termine bissa, nel nostro dialetto, indica sempre i serpenti non velenosi.

Al brich = il caprone, il maschio della pecora

Brosèlla = connesso al lombardo “broz” (da barocc’ ?). Era un carro a due ruote di legno, cerchiate di ferro, con un pianale di tavole, basso e molto solido, con i due “alberi” centrali per fissare il carico (le stantarre*) ed era adatto per trasportare grano, sacchi di farina, fieno…  Era fornito di un freno a pressione, che agiva sulle ruote, ma andava manovrato da una manovella posteriore, quindi chi guidava le bestie stando davanti aveva bisogno di un aiutante… frenatore. Ma c’era anche chi aveva studiato un sistema di corde che arrivava fin sul timone per frenare da sé, anche stando davanti ai buoi

Una brosella in disarmo, scovata in un “portico” a Tre Rii di Beduzzo. Mancano ovviamente le due ruote e l’immagine non permette di vedere bene la stantara.

I brüz = i minuscoli vermi del salume o del formaggio

Brüzar carnvàl = carnevale si bruciava la sera, sui poggi fuori dei paesi, e la montagna era punteggiata di fuochi. Da un paese all’altro gli uomini (e solo gli uomini) si spostavano vestiti in maschera, cantando

Bucàl = boccale. Di giorno la campagna offriva i suoi infiniti angoli nascosti e la scelta fra diversi tipi di foglia, da usare come carta igienica. Le migliori erano le foglie morbide e vellutate del nocciòlo, perfette anche come misura, ma vicino ai corsi d’acqua c’erano anche le foglie di Fàrfaro (al farfàar) , molto lisce e larghe. Di notte si ricorreva al bucàl (il boccale), cioè il vaso da notte, sotto il letto o nel comodino. D’inverno l’ideale era la stalla, calda e riparata, comoda anche per lo smaltimento. Alcune famiglie invece avevano costruito un capannotto di assi di recupero, vicino o addirittura sopra il letamaio, con un sistema, per così dire “a caduta diretta”. Altri capannotti erano, invece, dietro le case, con un sedile di legno, provvisto di buco regolamentare, ed una fossa che andava ripulita periodicamente: se ne vedono di sorprendentemente simili, in pietra, nei ruderi delle antiche costruzioni romane (v. anche a’ cagadùr*)

Al bugn = l’arnia

Bundè = Il primo dell’anno i ragazzini facevano il giro delle case e chiedevano un contributo, sotto forma di commestibili: fichi secchi, aranci, biscotti, annunciandosi col ritornello: Bundè bundè, arvì la cassa e dèmin chèS’am n’in dè a ùss a üss …e piss in t’l’üss!

Burgnerb = verdura

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