C come… cavarioeul

Càccar = torsolo di mele e pere, in particolare quel ciuffetto di stami secchi, residuo del fiore, nella parte inferiore del frutto

Cadarén = il secchio, se alto. Se basso: s’dèl (vedi)

Cagadùr = cacatoio. Capannotto di assi di recupero, vicino o addirittura sopra il letamaio, con un sistema, per così dire “a caduta diretta”. Altri gabinetti del genere erano, invece, dietro le case, con un sedile di legno, provvisto di buco regolamentare, ed una fossa che andava ripulita periodicamente: se ne vedono di sorprendentemente simili, in pietra, nei ruderi delle antiche costruzioni romane.  Anche il nome era senza giri inutili:  si chiamava a’ cagadùr, cioè il cagatoio. In questi gabinetti a capanno c’era un comfort immancabile: un filo robusto di zinco, piegato a gancio, su cui si trovavano infilati dei riquadri di carta, ricavati da vecchi giornali. Chiunque abbia più di cinquant’anni ricorda di aver trascorso molto tempo in lettura in questi locali e di aver ricavato da questa fonte moltissime notizie ed informazioni interessanti. A volte capitava che una notizia avvincente fosse troncata all’improvviso per esaurimento della carta, oppure che venisse completata a sorpresa dopo alcuni giorni, ad un successivo rifornimento di carta, con viva soddisfazione dell’ospite. Ma capitava anche di dover aspettare che l’inquilino che ci precedeva avesse terminato, con suo comodo, oltre al servizio anche la lettura.  Quando, all’inizio degli anni sessanta, qualche famiglia cominciò “a fare aggiustare la casa” e, nella ristrutturazione, fece costruire anche il bagno (ormai c’erano anche le fognature), ci fu qualcuno tra i più vecchi che si oppose fieramente, argomentando che era cosa da sporcaccioni fare i propri bisogni dentro le mura di casa

A’ camén = il focolare, nel suo insieme: piano, cappa, canna fumaria. Aveva un piano ampio, rialzato di un palmo rispetto al resto del pavimento,  su cui appoggiare, oltre che i pezzi di  legna da ardere, le pentole da tenere in caldo, le pignatte con le cotture lente e prolungate, o anche degli oggetti da asciugare.  Sopra c’era una trave di legno, scura e lustra da diventar nera.  Faceva da mensola per poche cose obbligate, uguali in tutte le case: la grossa sveglia di metallo, il mortaio di legno per il sale ( a’ pistons dal sal”),  una scatola di latta decorata a fiori o con paesaggi, ma soprattutto le lettere e le cartoline di chi “era via”,  in Francia, in America.  Se c’ erano delle belle immagini si infilavano nel vetro del bufè. Chi entrava le vedeva, chiedeva notizie … era un’occasione per parlare dei parenti lontani, di posti lontani e mai visti.

Capass ad tütt = era un insulto sanguinoso, la peggiore offesa: significava il gradino più basso della moralità

I capòn = i capponi

Cardensa  (o  Cherdénsa) =  credenza, mobile in cui stavano i cibi. Si poteva chiudere a chiave. E sarà capitato a qualcuno di domandarsi l’origine di questo nome: il termine completo è mobile da credenza”. Seguendo il fascino accattivante della storia delle parole andiamo indietro nel tempo fino al Medioevo, ed entriamo nella cucina del palazzo di un nobile. Qui scopriamo che i cibi preparati dalle cucine erano spesso, e a ragione, sospettati di essere stati avvelenati da uno tra i tanti nemici del padrone. Le pietanze quindi venivano fatte assaggiare al credenziere, il servitore addetto anche alla cura della dispensa, e dopo alcune ore, se il povero servitore era ancora in salute, venivano giudicate “buone” e conservate sotto chiave in un mobile basso e largo. Quello era dunque “ l’armadio a credenza”, l’armadio dove erano custodite le pietanze credibili, perché erano state testate. Il padrone mangiava solo i cibi chiusi in “credenza”

Cavagnà = la cavagnà (potrebbe essere la corga, in parmigiano, ma è, in realtà, leggermente diversa) era un cesto di salice a forma di ruota con i raggi, con un buco sul fondo per esser appoggiato e portato sul capo dalle donne. Aveva un diametro di poco meno di un metro e serviva per portare a casa, alla fine della giornata di lavoro, (sarebbe stato un peccato fare un viaggio a vuoto) le foglie fresche destinate alla lettiera del bestiame

Eredi Azelio Schianchi, Tre Rii di Beduzzo

I cavaj = i cavalli

A‘ cavarioeul = il capriolo

In simma a la cavdàgna = la cavdàgna è la capezzagna, cioè ciascuna delle due strisce di terreno che rimangono da arare alle estremità del campo, dove l’aratro solleva il vomere e inverte la marcia; significa essere arrivati a buon punto, al giro di boa

Cavdón = alare Attrezzi da focolare Gli alari di ferro per reggere la legna nel fuoco non erano indispensabili, si chiamavano cavdón (uguale al singolare e al plurale). Potevano esserci dei treppiedi, per tenere in caldo un tegame con due braci sotto. O per tenere in caldo una zuppiera che poi si metteva in tavola calda e …pulita. Pulita, perché tutto, ma tutto quel che veniva a contatto con il fuoco del camino, si tingeva di nero: il fondo delle pentole, le molle, la catena del fuoco. Da cui il detto diffuso: “sei bella come il cul della padella”.  Le pentole, così annerite, non potevano mai essere appoggiate, quindi si appendevano.  Sotto il lavandino o sotto la mensola dei secchi c’erano dei ganci apposta.  Non bisognava lavare ogni volta tutte le pentole: alcune si tenevano così, come la padella dei fritti, che stava appesa alle travi del soffitto, oppure si sciacquavano ogni tanto, come il pentolino del caffè d’orzo, che stava appeso sotto al secchiaio, dietro una tendina: si faceva questo caffè una volta ogni tre o quattro giorni e si riscaldava tutte le mattine

Al chisoéuli = le torte. I dolci erano pochi: al fritèlli ad castagn e la paton’na, la mela (il miele), le torte per le sagre. Le torte (al chisoéuli) erano un lusso, riservato alle feste, perché richiedevano ingredienti relativamente costosi, come burro, uova, zucchero, mandorle… C’erano però anche quelle semplici, che si infilavano nel forno dopo la cottura del pane, per accontentare i bambini, e si chiamavano i chisulén

Ciòssa = chioccia. Uno dei mestieri della donna era “tgnìr adrè a i oeuv, a la ciòssa”

Coeugh = ? zecche e altri insetti parassiti succhiatori

Coidóra = coglitrice, da (rac)coglitora

Coradór = strumento per l’uccisione del maiale, il quale veniva costretto a dirigersi verso una strettoia, dove un uomo lo aspettava armato di coradór, un semplice stiletto di ferro, lungo circa venti centimetri. Il gesto doveva essere rapido e senza esitazioni: si afferrava il maiale per una zampa anteriore e gli si faceva perdere l’equilibrio, mentre, con l’altra mano si infilava il punteruolo nello spazio tra la zampa e il torace, in direzione del cuore. Gli urli dell’animale erano strazianti, i bambini e le donne scappavano in cerca di un posto impossibile dove quegli strilli non li raggiungessero. Gli strilli erano acutissimi e si sentivano ovunque. Se il coradór era stato usato bene, duravano solo qualche minuto

Cràpa = crepa

Al crav (pl. i cravàj), crava = zecca e altri insetti parassiti succhiatori, o se si preferisce, insetti ematofagi. Si chiama così persino a Monchio.

A cravasücca = letteralmente: a caprazucca. Significa portare qualcuno, di solito un bambino, seduto a cavalcioni sul collo

Al crov = il corvo

Al cùdagh = le cotiche. Orecchie, frustoli di carne e polpine della testa venivano pressati in uno stampo di legno e spremuti a caldo, per farne cicciolata (la suprassà). Le cotiche, messe da parte, potevano servire ad accompagnare i fagioli in umido, a insaporire una minestra, ma anche a …ingrassare il cuoio degli scarponi.

Al cudàr = si chiamava così perché la pietra da affilatura si chiama, in italiano, cote (cuda). Quindi cudàr significa appunto il porta-cote

I cunè = i conigli

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