Qualche nota sui mulini

Diversi mulini – ad acqua – del Parmense sono censiti sulla pagina del CAI Censimento beni storici dell’Appennino parmense[1]. Si tratta in gran parte di costruzioni diroccate, perse nel bosco, in prossimità di corsi d’acqua, quasi invisibili, molto suggestive e in qualche caso ancora provviste dei meccanismi originari, ruote, macine, resti di canalizzazioni. Lo stesso panorama è proprio pure di altre zone dell’Appennino e anche delle Prealpi.

I mulini azionati dalla forza dell’acqua hanno ceduto le armi definitivamente solo negli anni Cinquanta, ma la decadenza era già nell’aria a fine Ottocento. I nuovi motori a combustione o elettrici permettevano di non sottostare alle variazioni naturali della portata d’acqua e sostituirono sempre più la vecchia tecnologia[2]. Le ruote, a suo tempo in legno, anzi era un’arte la loro costruzione, con legni diversi a seconda dello sforzo a cui erano sottoposti gli ingranaggi e in base all’esposizione all’acqua, divennero in metallo, le pietre speciali, prelevate da cave con pietre adeguate a tale uso per durezza e resistenza, vennero poi assemblate e dotate a volontà degli accorgimenti più consoni al tipo di uso.

Il mulino ad acqua non era ignoto ai Romani, ma il suo sviluppo si ebbe soprattutto dal VI al XII secolo, quando la macina di grani venne affiancata da usi protoindustriali: follare la lana, muovere seghe da legno, azionare magli per metalli, essere usati nelle cartiere[3].

Era importante che in ogni villaggio vi fosse un mulino abbastanza comodo per trasformare i grani in farine per l’uso alimentare. La distanza e la difficoltà di raggiungere i mulini  non ne ostacolava l’uso, ma rendeva tutto molto più complesso. Per investimento e manutenzione, il mulino aveva bisogno di risorse non alla portata di tutti e non dei contadini e valligiani dell’epoca medievale o moderna, anche le derivazioni di acque erano in genere appannaggio dei feudatari del luogo. Così i primi mulini erano proprietà dei signori.  Per la zona che qui si considera, il Parmense, con la decadenza e perdita di ruolo politico delle signorie della montagna durante l’epoca della dominazione farnesiana, i beni di questo tipo vennero “incamerati” appunto dalla Camera Ducale, divenendo beni di questa, oggi diremmo “pubblici”. Questi beni particolari venivano affittati, come accadde al mulino di Beduzzo in base ad alcune testimonianze documentali di estimi fiscali dell’epoca, che brevemente si descrivono.

In un estimo rurale riguardante le bocche del sale, con vari borghi del Parmense, si trova un “quadrenetto delle bocche de Beduzo”, purtroppo senza la data specifica della rilevazione, ma in un insieme documentale collocabile intorno agli anni Sessanta del Cinquecento[4]. Qui, al termine dell’elenco delle bocche, cioè delle persone sulla cui base si effettuava la tassazione, si legge “pagano li homini de Beduzzo per fitto del molino di Beduzzo al signor di Corniglio ogni anno (fatto) (scudi?) ottanta cinque   (sh) 85”.

In questo caso pare di essere in presenza di un affitto collettivo, da una parte il conte di Beduzzo – all’epoca ancora un Rossi – e dall’altra i beneficiari dell’infrastruttura. Come la questione venisse regolamentata internamente e chi concretamente facesse funzionare il mulino, purtroppo, non è rilevabile da questo documento.

Oltre un secolo dopo, il mulino è passato alla Camera Ducale farnesiana, come emerge da questa testimonianza del 1690, e il mulino è in affitto a un abitante di Beduzzo, Pietro Pacchiani:

Comune di Beduzzo. Lista de’ beni civili, che si trovano nella villa di Beduzzo, fatta per il mistrale Giacomo Marsigli e Pietro Lazaro Pegolotti, et Giovanni Orlandini, consoli di detta villa

Civile, che altre volte era del sig. conte (…) Rossi e di presente della serenissima Camera:  una salda con un molino da due mole pastoline dietro il fiume Parma. Confina: la Parma da una, dall’altra il rivo, Lazarino (Bruti), Giovannantonio Pegolotti: affittato a Pietro Pacchiani per formento (…) 37 e scudi quindici: n° 15[5].

Anche in altre zone è documentato lo stesso schema. Il mulino è uno dei beni che tradizionalmente era nel possesso dei signori dei luoghi, che – anche nel Quattrocento – li affittavano a privati dietro pagamento in natura, con beni legati principalmente al prodotto (farina e grani) della lavorazione, ma anche in animali da cortile, uova, ecc. e in parte crescente in denaro. In base a confronti – invero approssimativi – con il prezzo di altri beni, la parte in denaro dell’affitto appare assai cospicua, segno che anche il reddito rilevabile da questa attività era notoriamente elevato (un accenno a questo si rileva anche nei vari detti popolari che rimandano a mugnai truffaldini e accaparratori). In tal modo gli affittuari si facevano carico di un elevato anticipo e di diverse rate successive che dovevano poi essere in grado di pagare. Nei documenti di affitto appaiono di regola diversi fideiussori a garanzia del grosso debito.

Il 3 giugno 1483, un contratto similare era stipulato per l’affitto del mulino di Castrignano, detto della Fabiola: Giovanni Giarolli di Torrechiara, avendo ricevuto in dono dal duca di Milano il mulino citato, posto alla confluenza del rio Fabiola con il torrente Parma, lo affittava per 9 anni partendo da giugno 1483 a Gabriono de Manfredellis del fu Giovanni e a Giovanni Pelosi del fu Guidone, abitanti nello stesso mulino, per 150 lire imperiali annue, definendo i periodi a cui erano da pagare altrettante rate, cioè ogni 6 mesi per i restanti 8 anni e per il primo 36 lire e mezza alla festa di san Paolo e altrettante a fine novembre. I conduttori si obbligano a tenere in ordine per il loro uso le attrezzature del mulino e a fare miglioramenti, il proprietario a tenerli indenni da azioni di terzi e a fare la manutenzione necessaria[7].  In caso di guerre che impedissero di lavorare, gli affittuari non avrebbero dovuto pagare le rate pattuite: “item quod causa quo bellum exerceretur in suprascripto loco Castrignani quod suprascriptum molindinum macinare non posset, quod tunc et eo causa suprascripti conductores non teneantur nec obligati sint solvere affictum predictum”.

Un altro esempio, stavolta per Felino, è in un documento notarile del 14 gennaio 1517, dove Pietro Dalla Chiesa, di Aqui e procuratore del marchese Galeazzo Pallavicino, all’epoca signore di Felino, concesse in locazione a Giovanni Greci di Felino, tre mulini in tale località, detti Le Moline di Sopra per ben 522 lire imperiali da pagare in tre rate uguali come segue: 174 lire, 3 soldi e 4 denari a Ferragosto, altrettanti a Natale e alla Pasqua successiva. Qui c’erano ben tre fideiussori: Baldassarre Luii alias de Felipinis del fu Nicolò, Cristoforo de (N..is) del fu Giacomo e Pietro de Fragnis del fu Paolo, tutti di Felino[6]. I mulini sono dati in affitto “cum molis, lapidibus et utensilibus a macenando blada in ipsis molendiniis et quolibet ipsorum existentibus cum omnibus iuribus, iurisditionibus aquarum, actionibus, auctoritatibus, facultatibus, (…), exemptionibus ac aliis ad ipsa molendina ac etiam ad (macinandum?) (liber…) (quislibet) spectantibus et pertinentibus et per illustres dominos terre Felini solitis et consuetis (conservari) et manuteneri (conditionibus) molendinorum iurisditionis Felini ad afictum per totum presentem annum”.

[1] https://caiparma.it/scn/tipologia/mulino/ (sito consultato il 03.06.2018).

[2] Una disamina specifica dei mulini per una zona contigua è contenuta nel bel libro dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna: Fabio Foresti, Walter Baricchi, Massimo Tozzi Fontana (a cura di), I mulini ad acqua della valle dell’Enza, Economia, tecnica, lessico, Grafis, Casalecchio di Reno, 1984.

[3] Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1980, pag. 185 e seguenti.

[4] Parma, Archivio di Stato, fondo “Comune”, Serie XXVII, Estimo rurale, busta 1967, Beduzzo.

[5] Parma, Archivio di Stato, fondo “Comune”, Serie XXVII, Estimo Rurale, busta n. 2014, Beduzzo.

[6] Parma, Archivio di Stato, notarile, filza 1061 (Antonio Biondi), alla data. (Rep.179)

[7] Parma, Archivio di Stato, notarile, filza 516 (Genesio Baiardi), alla data.  (Rep. 172)

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