Quanta acqua è passata…

Fino agli anni Sessanta del Novecento nelle case non c’era acqua corrente e con i secchi si andava alla fontana. Quello era il luogo ideale di sosta e di ritrovo: lì ci si fermava a fare due chiacchiere, a scambiarsi le novità e magari a sparlare un po’ dell’uno o dell’altro. I ragazzi ci andavano per incontrarsi con le ragazze. Se i sassi potessero parlare avrebbero molte storie da raccontare! Una fontana, o meglio un pozzo, si trovava in paese dove una volta c’era l’osteria; infatti ancora adesso quella casa è detta “Cà da la funtana”. Un’altra fonte con un’acqua buonissima (vero serbatoio di scorta per il paese) si trovava al Lago di sopra, ed era detta “la funtana di pradè”. Le donne, abituate a portare oggetti pesanti sulla testa, sovente facevano il tragitto col recipiente sul capo. Per attutire il peso mettevano un pannetto circolare sopra la testa “al crôi”. Un altro sistema di trasporto consisteva nell’appendere due secchi ad un bastone ricurvo e sagomato che si appoggiava alla spalla. Questa specie di attrezzo basculante era detto “basür” e il legno era appositamente intagliato alle estremità per agganciarvi il manico del recipiente. L’acqua da bere si conservava in un secchio di legno, nel secchiaio, in questo modo rimaneva più fresca. Agganciato al muro c’era il mestolo, sempre di legno, e chi aveva sete attingeva e beveva; tutti bevevano con lo stesso mestolo e dallo stesso secchio. Poi col progresso arrivarono l’acquedotto e la nuova fontana in mezzo al paese, così mestolo e secchio assunsero il ruolo di utensili da museo.

In casa non c’era il bagno, non si sapeva neanche cosa fosse. La stalla faceva le funzioni del gabinetto. Per le grandi occasioni e per le feste ci si lavava nella tinozza “al sôi”, oppure d’estate, quando era caldo, direttamente in qualche punto profondo nel canale o nel torrente (“i fundôn”).

Il riscaldamento naturalmente era solo a legna; i camini e le stufe facevano caldo solo nella sala o in cucina, mentre negli altri locali si gelava. Il tiraggio dei camini lasciava a desiderare e il fumo, che ristagnava nelle stanze, le rendeva nere come il carbone. I pavimenti a piano terra erano fatti di sasso, “i pianon”, e quelli delle stanze superiori di assi di legno.

La porta d’ingresso, fatta con robuste assi di quercia o di castagno, era chiusa da dentro col catenaccio, “al cadnas”. Alcune porte, in genere quelle di stalle, cascine e cantine, avevano in basso uno sportellino apribile a spinta, da dove il gatto entrava ed usciva in cerca di topi a sua discrezione e piacimento. Questo semplice e ingegnoso meccanismo era detto “la gatâra”.

I tetti erano coperti con lastre di sasso, “al piani”, molto belle da vedere ma poco pratiche da sostituire in caso di rotture; inoltre non impedivano alla pioggia e alla neve di infiltrarsi qua e là. I solai erano pieni di bacinelle per raccogliere le varie gocce che filtravano, ma a ogni temporale ne comparivano delle nuove, e magari nel cuore della notte ti arrivavano in testa o sul letto. D’inverno, dopo una copiosa nevicata, bisognava salire sul tetto e buttar giù la neve per evitare che il peso di questa, sommato a quello già notevole delle piane, rompesse le travi e il tutto sprofondasse sul solaio. Nonostante tutti questi problemi, i tetti di piane s’intonavano molto con la casa di sasso ed erano una caratteristica del nostro Appennino.

Quando col progresso fecero la loro comparsa le tegole, meno belle da vedere ma più pratiche da gestire, le case cambiarono aspetto e l’architettura contadina tramandata da secoli ne fu stravolta. Era arrivata quella che il compianto Mario Tommasini definì: “la civiltà delle tegole rosse”. Un villeggiante, quando vide queste trasformazioni, disse a mio padre che era stato un grande errore avere fatto quei cambiamenti. Forse aveva ragione ma, sicuramente, lui non aveva dovuto sopportare i nostri disagi e mio padre gli rispose: «Provi lei, quando piove, ad andare a letto con l’ombrello!».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *