Divertimenti di una volta

Torniamo a com’era la vita sui nostri monti negli anni precedenti la II guerra mondiale, ma protrattasi più o meno simile anche per alcuni decenni successivi. Vi erano aspetti positivi anche in periodi di miseria, come il trovarsi insieme nelle veglie d’inverno intorno al camino, aiutarsi a vicenda nel lavoro, nelle difficoltà e nelle disgrazie, fare festa insieme nelle sagre e in tutte le occasioni che capitavano.

Ci si divertiva con poco, con quello che c’era. Le sere d’estate, gruppi di giovani si riunivano su un cocuzzolo sopra il paese e i loro canti si diffondevano nella valle. Da altri paesi giungeva l’eco di altri canti spontanei; i ragazzi si scambiavano da lontano sentimenti di gioia e di allegria dettati dalla loro spensierata gioventù. Per carnevale ogni paese bruciava il suo falò nel punto più alto e ben visibile da lontano. Quello che durava più a lungo destava la meraviglia di tutti, per cui si faceva a gara a costruirli più grossi che si poteva. Quando scendevano le tenebre, in tutta la valle si accendevano i fuochi e da un paese all’altro riecheggiavano i suoni dei corni (il nostro era in realtà un grosso conchiglione che ogni anno, per l’occasione, era messo a disposizione dai Cornazzani). Non bisognava accendere il falò troppo presto, ma attendere che fosse buio al punto giusto per non sprecare l’effetto scenografico. Una volta, dopo aver preparato il pagliaio, ci allontanammo per andare a cena. Ci assentammo per poco, ma fu sufficiente per permettere ad alcuni ragazzi di Canetolo, il paese vicino col quale c’era una certa rivalità, di appiccare il fuoco al nostro falò in anticipo. Per noi fu uno smacco notevole e da quella volta decidemmo di vegliare a turno per evitare brutte sorprese. La sera del martedì grasso i bambini, ma anche gli anziani, si mascheravano con abiti e stracci raccattati in casa. Giravano da una famiglia all’altra portando lazzi, scherzi e allegria. Per compenso ricevevano qualche uova o qualche frittella di castagne. “Togno” Bruni e suo fratello “Pepo”, oltre che girare mascherati, avevano ideato uno strumento ingegnoso col quale combinavano scherzi: era una specie di pinza montata su una prolunga. Con una funicella azionavano la pinza e prendevano per il naso i curiosi intenti a guardare le mascherine. Poi ragazzi e ragazze andavano a ballare. Si ballava in paese in casa dell’uno o dell’altro (“a cà ed l’Urs, cà ed Magnan e cà ed l’Albina”), le ragazze erano accompagnate dalle madri o dai fratelli più grandi. Il musicista, che di solito arrivava da altri paesi, veniva sistemato con la sedia sul tavolo, suonava la fisarmonica o l’armonica a bocca e tutti gli offrivano da bere. Ci voleva un fisico di ferro a fare il suonatore perché finita la festa, in piena notte, con la fisarmonica in spalla e magari un po’ brillo, doveva tornare a casa percorrendo sentieri oscuri in mezzo ai monti.

I giovani più intraprendenti si spostavano da un paese all’altro in cerca di avventure o per trovarsi la “morosa”. In certi posti la gente era ospitale e nascevano amicizie durature, in certi altri, un po’ meno.

Prima della seconda guerra mondiale, “Pino” Lucchi col suo amico e coetaneo Manilio, durante il carnevale si recarono a Sesta e vi rimasero per ben tre giorni ospiti di ragazzi del posto. Un’altra volta si recarono a ballare in un paese diverso ma, dopo aver percorso parecchi chilometri a piedi, quando entrarono in quella che era la sala da ballo trovarono un’accoglienza non proprio calorosa: i giovani del paese smisero di ballare, il suonatore di suonare, e tutti andarono a casa. Erano casi rari ma accadevano: se non avevi già degli amici o dei conoscenti, in certi posti era difficile socializzare. Del resto quelli di Lago non erano da meno e mal digerivano i forestieri che venivano a “smorosare” nel loro paese.

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