Episodi di guerra e di vita al tempo dei partigiani

I reduci che dopo l’8 settembre 1943 avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa erano considerati disertori dai nazifascisti. C’era l’obbligo di presentarsi ai distretti per essere di nuovo arruolati. Chi non lo faceva rischiava la fucilazione. Le alternative consistevano nel vivere alla macchia o andare con i partigiani. La nostra montagna era zona partigiana e, come tale, soggetta a frequenti rastrellamenti e ritorsioni anche sulla popolazione civile. Dalle iniziali bande disorganizzate, con l’aumento dei volontari, le formazioni furono raggruppate in brigate.

Nel cornigliese operarono diversi reparti della IV brigata Giustizia e Libertà e della 12°Garibaldi. La IV° G.L. era dislocata nella zona di Tizzano e Corniglio. La 12° Garibaldi, nel settembre 1944, fu trasferita dalle sue posizioni originarie della Val Ceno alla Val Baganza, e alcuni suoi distaccamenti operarono anche sul versante della Val Parma a Beduzzo, Graiana, Vestana e altri paesi del cornigliese. La 47° Garibaldi era dislocata più a Est, nella zona del monte Fuso, di Scurano e della Val D’Enza, ma in occasione di alcuni rastrellamenti fu costretta a ripiegare fin sul monte Caio. In caso di necessità, gruppi delle diverse brigate si spingevano fino alla statale della Cisa per attaccare le colonne nemiche in transito.

Nel novembre 1944 la IV° G.L. si divise in due gruppi formando due nuove brigate: la Pablo e la III° Julia. Le brigate Julia, d’ispirazione moderata e cristiana, erano formate in parte da reduci alpini che avevano combattuto in quella mitica divisione. Strutturalmente, il comando unico partigiano aveva suddiviso il territorio montano parmense in due zone operative: Est e Ovest Cisa. La zona Est andava dalla Val d’Enza alla Val Baganza.

           Fra gli abitanti di Lago, come prima non c’erano stati fascisti, ora non c’erano partigiani. I giovani tornati a casa dai vari fronti non volevano più saperne di guerre, tuttavia, la gente del paese stava dalla parte dei partigiani e in diverse occasioni li aiutarono rischiando parecchio.

           Gli uomini, forti della conoscenza del territorio, avevano individuato dei nascondigli sicuri e alle prime avvisaglie di pericolo vi si occultavano. Si erano formati diversi gruppetti, per nascondersi agevolmente senza intralciarsi. Un gruppo di cui facevano parte i Bruni, alcuni del Lago di sopra e altri di Corniglio, aveva individuato il suo rifugio in una grotta naturale situata nella parte alta della vecchia pineta scomparsa con la recente frana. Poteva ospitare fino ad otto persone e l’entrata era stata camuffata così bene che non riuscirono mai a scovarli.

Una volta, però, uno di loro sopraffatto dalla paura mise in serio pericolo tutto il gruppo. Accadde durante un rastrellamento: un soldato tedesco venne a fermarsi proprio davanti alla caverna e, forse sospettando qualcosa, continuava a scrutare nella direzione del rifugio. Uno degli uomini all’interno, convinto che il nascondiglio fosse stato individuato, fu preso da un attacco di panico e stava per urlare mettendo a repentaglio la vita di tutti. I suoi compagni furono costretti a tappargli la bocca con degli stracci; fortuna volle che di lì a poco anche il tedesco richiamato da un commilitone se ne andasse.

“Togno” Bruni, tra l’altro, aveva portato con sè il fucile da caccia e se li avessero scoperti avrebbero rischiato di essere giustiziati sul posto. Ma il più bello era che il fucile, in quel frangente, non gli sarebbe servito a niente, perché nella fretta e nella concitazione del momento aveva scordato a casa le cartucce.

Un altro gruppetto con i fratelli Lucchi, gli Albertosi, “Turo” Perfetti e Nando Domenichini aveva il suo rifugio nel “Gudandel”, una foresta fitta e intricata vicino al torrente Parma. In ogni gruppo c’erano dei coraggiosi e dei fifoni. In questo, Nando, più che coraggioso si poteva definire incosciente. Gran fumatore tossiva e fumava, fumava e tossiva. Di notte, anche se nei paraggi c’erano i tedeschi, si accendeva la pipa, e quello era un ottimo espediente per farsi individuare. Una volta accadde un episodio semicomico che suscitò una risata generale, anche se erano momenti in cui non c’era  molto da ridere. Per non passare la notte all’addiaccio il gruppo si era costruito un capanno: allo scopo utilizzarono dei pali, un cancello prelevato da un recinto per le mucche e un telo da camion. Dopo alcune ore un urlo svegliò tutti di soprassalto. Il cancello non era stato assicurato nel modo giusto e quando “Turo”, nel dormiveglia, allungò le gambe per stirarsi un po’, lo urtò e lo fece crollare direttamente sul naso di Nando. 

Anche le donne e i bambini facevano la loro parte per aiutare gli uomini alla macchia: li rifornivano di viveri e li avvertivano quando il pericolo era incombente. Di questo episodio, che ora racconterò, fu protagonista  Anna Ferrari “Anna di Magnan”,  allora giovane adolescente, che accompagnava in queste imprese Angela “l’Ang’lena” (madre dei Lucchi).

Una notte, mentre rincasavano dopo aver portato da mangiare ai familiari nascosti nel “Gudandel”, giunte ormai vicino al paese, sentirono il rumore dei camion tedeschi transitare sulla strada per Bosco. Sul territorio, da alcuni giorni, era in atto un rastrellamento; ad un tratto la colonna si fermò e i camion puntarono i fari proprio nella loro direzione. La strada era vicina, si sentivano le voci dei soldati e la ragazzina era terrorizzata. Si nascosero sotto una siepe e Angela, per tranquillizzarla, se la mise amorevolmente sotto la veste come fa la chioccia col pulcino. Allora le donne anziane portavano gonne ampie e lunghe e in quel caso tornò anche utile! Dopo minuti interminabili i soldati, non avendo individuato niente di sospetto, risalirono sui camion e ripartirono. La donna e la giovane, impaurite ma sane e salve, ripresero la via di casa.

Durissimi i rastrellamenti del luglio e del novembre 1944 che lasceranno una scia di morte e desolazione in tante località dell’Appennino. Pesante sarà il tributo di sangue versato dai partigiani e dalla popolazione civile. Anche Lago vivrà una giornata triste e dolorosa quando, durante l’ultima fase del rastrellamento di novembre, saranno fucilati a poche centinaia di metri dal paese sei partigiani catturati nelle campagne circostanti. Il più giovane aveva 17 anni, il più anziano 23. Tre di loro, Giuseppe Spinabelli e Bruno Leporati originari di Sivizzano e Rolando Barbieri di Ozzano Taro, appartenevano alla 12° Garibaldi. Gli altri tre, Giuseppe Priori di Agna di Corniglio, Franco Bajoli e Adolfo Baldi di Neviano Arduini, erano della brigata Pablo (ex Giustizia e Libertà). Alcuni di questi partigiani facevano parte di un piccolo distaccamento dislocato sul Carlassaro “Carnasăl”, una località elevata poco distante dal Lago di sopra, utilizzata come postazione da avvistamento. Vista l’impossibilità di resistere a forze soverchianti il Comando aveva diramato l’ordine di sganciamento. Un capo partigiano, giunto a bordo di una macchina, si fermò brevemente in paese, ma avendo molta fretta non raggiunse il gruppo del “Carnasăl”. “Pino” Lucchi gli fece notare che lassù c’erano dei ragazzi isolati, probabilmente in attesa di ordini; quello rispose che il tempo stringeva e ormai era impossibile avvertirli: <<Si salvi chi può>> disse. Allora, lui stesso, decise di andarli ad avvisare e poi nella notte, col favore delle tenebre e a rischio della propria vita, accompagnò quattro di quei partigiani fino al Ponte Romano. Erano ragazzi che provenivano dalla zona di Fornovo, per cui indicò loro la strada verso il monte Cervellino, col duplice intento di farli sfuggire all’accerchiamento e di indirizzarli verso Calestano. Purtroppo, a causa della nebbia e della scarsa conoscenza dei posti, due di loro cadranno nelle mani dei tedeschi e saranno fucilati insieme ai loro compagni.

Spettatori ammutoliti e impotenti di quell’eccidio furono i vecchi, le donne e i bambini del paese, che non scorderanno più quella scena straziante. Il mattino del ventidue novembre una colonna di nazifascisti transitò sulla provinciale diretta verso Corniglio, portandosi appresso i sei prigionieri. I soldati costringevano quei poveri ragazzi a portare sulle spalle delle casse di munizioni e due di loro camminavano a piedi scalzi. Dopo pochi minuti la colonna si fermò; si sentirono delle raffiche di mitra e delle invocazioni d’aiuto, poi, solo il silenzio della morte. Durante un altro rastrellamento furono uccisi due civili di Canetolo e ferita una persona di Bosco che si trovava nei paraggi. I due contadini di Canetolo si trovavano nella campagna vicino a Lago; uno di loro, per proteggersi da un vento gelido e fastidioso, si era rannicchiato contro una siepe e in quella posizione fu raggiunto da una raffica di mitra. In breve tempo la notizia dell’eccidio raggiunse il paese e qualcuno, per un equivoco, disse che i morti erano stati quattro, di cui uno del Lago.

          “Pino” Lucchi era stato visto l’ultima volta insieme al gruppetto di Canetolo, per cui si sparse la voce che anche lui avesse fatto la stessa fine. Per fortuna, nessuno aveva avuto il coraggio di andarlo a riferire alla vecchia madre che, a casa sola, lo aspettava da diversi giorni. Egli, ignaro di tutto, rimase nascosto fino a notte inoltrata, poi decise di recarsi in paese. Era armato con un fucile avuto dai partigiani e il coraggio non gli mancava dopo anni di guerra. Si avvicinò di soppiatto alle prime case, vide una lucina accesa su di un balcone e una ragazza che stava di vedetta: era una figlia di Pietro Ugoletti “Pedren”. Questa sorvegliava la zona circostante mentre il fratello Ugo, nascosto nello stabbio del maiale sotto la scala, si stava rifocillando.

Pino le chiese se in paese c’erano ancora i tedeschi. La ragazza lo implorò di fuggire perché forse erano proprio a casa sua, ma egli non volle sentire ragioni e pian piano si avvicinò all’abitazione. Per una fortunata coincidenza i soldati, poco tempo prima, avevano ricevuto un ordine improvviso ed erano ripartiti verso altra destinazione. Durante la sosta avevano ordinato alla vecchia Angela di uccidere, spennare e mettere a bollire tutte le galline. Raggiunti dall’ordine perentorio di partenza, tutto sommato, anche se certamente a malincuore, si erano comportati gentilmente e avevano detto alla donna: <<Mangiatele alla nostra salute>>.

Nella disgrazia era andata anche bene: “Pino” e i suoi compaesani alla macchia non mangiavano da qualche giorno. Attese che le galline fossero cotte, si cambiò gli abiti, salutò la vecchia mamma e poi via nella notte verso il nascondiglio, dove altri affamati attendevano. Chi lo vide allontanarsi di soppiatto lo guardò attonito, come fosse stato un fantasma, perché ormai lo avevano proprio dato per morto!

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