Andiamo a mietere il grano

Si mieteva a mano con la falce messoria “la msûra”; il frumento tagliato, quanto ne poteva contenere una mano, si deponeva a terra in piccoli fasci “al maneli”, che poi andavano a formare i covoni “i mersèg”. Per legarli si utilizzavano piantine sottili e flessibili che crescevano nei luoghi umidi “al stropli”. I covoni erano poi impilati in mucchi da 10 /12 pezzi, a crociera, con le spighe all’interno “al cruseti”. Se il frumento doveva restare a lungo nel campo si formavano grosse cataste a forma di capanno, in modo da ripararlo dalle intemperie. Per evitare che le spighe si sgranassero si caricavano i covoni sui carri e si portavano a casa nelle ore meno calde, in genere al mattino presto o all’imbrunire. In quei giorni d’estate, lungo la ragnatela di stradine campestri, era tutto un andare e venire di convogli di “viole e brusèle” trainate dalle mucche. Ogni paio di bestie era preceduto da una persona che le guidava tenendo in mano una funicella allacciata intorno alle loro corna, “al sughét”. A volte le mucche erano talmente abituate e ammaestrate che una sola persona era sufficiente a guidare un convoglio di più carri. Negli anni Sessanta/Settanta si usarono per la mietitura anche le motofalciatrici da erba, adattandole allo scopo con qualche espediente. Per raccogliere la messe si legava un telo di sacco fra la barra falciante e il telaio. Per facilitare il taglio del frumento, una persona con una pertica lo chinava verso la macchina avanzante. Era il primo piccolo progresso.

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